“La mattina inizia con il trambusto della città che ci entra in camera: oggi volevamo concederci qualche ora in più di sonno per affrontare al meglio il viaggio di ritorno, ma alle 7 Phnom Penh è già in piena attività.
Ne approfittiamo per visitare due luoghi simbolo della città: la collina-tempio, il Wat Phnom, simbolo della nascita della capitale e Tuol Sleng, S-21, la prigione dei Khmer Rossi, simbolo della distruzione folle della città da parte del regime.
Sul momento, complici le preoccupazioni del viaggio, ma anche il saluto quasi inaspettato di un vecchio amico cambogiano, non ci scambiamo molte parole. Nelle ore successive però apriremo un ampio dibattito.
Sono soddisfatta. E’ bello vedere che chi ha creduto nel progetto “sulla fiducia”, partecipando ai banchetti e alle campagne, ora, vedendo di persona ciò che fino ad ora era stato solo raccontato, non solo ne è rimasta colpita, ma ha anche nuova energia e volontà di impegno.
E’ ora di tornare a casa.
L’ho detto più volte, sono contenta e credo che si siano aperte delle nuove strade interessanti…continuate a seguirci e a rinnovare il vostro sostegno!”
“Scrivo due giorni insieme, perchè ormai sono 36 ore che siamo in viaggio e che non tocchiamo un letto… quindi per me valgono come una sola, lunghissima giornata.
Scrivo con il cuore e l’anima arricchiti da un viaggio indelebile dall’inizio alla fine.
La mia permanenza in Kampuchea (questo il nome della Cambogia in Khmer) è stata breve, ma fatta di momenti intensi e e indimenticabili. E le ultime mie ore a Phnom Penh sono state forse le più belle ed intense…
Dopo la sera prima passata a saltare sopra i nostri valigioni stracolmi di oggetti per il nostro mercatino, dopo tante risate tra noi due compagne di viaggio e i vecchi amici cambogiani di Silvia, dopo una serata all’insegna dell’allegria e spensieratezza come si trattasse della nostra quotidianità, ecco che appare il mio, il nostro “ultimo” sole cambogiano. Ce lo annuncia alle 6:15 il rumore del traffico che viene dalla strada e il ritornello musicale del camioncino dei succhi cambogiani. Ma io non demordo e fino alle 8:30 con i tappi nelle orecchie (poco utili in realtà) riesco a dormire beata.
Cambodia docet: mi ha insegnato a trovare sonno nelle situazioni più assurde e scomode del mondo…addirittura sulle pietre dure del tempio di Angkor Wat!!! Non temo più nessun rumore né scossa.
Silvia, per l’ultima mattinata disponibile, ha un piano da turista… resposabile. Prima tappa: Wat Phnom…mi racconta appassionata e ci troviamo a ridere sull’accezione della parola “monte” in Khmer… segue una tappa che emotivamente mi ha scossa e affascinata: l’ex campo di concentramento dei Khmer Rossi, l’S-21. L’atmosfera è glaciale, mi guardo attorno e sembra essersi fermato il tempo: il filo spinato, le celle, i letti di ferraglia dei “prigionieri importanti”, gli strumenti di tortura. Se mi concentro sento le urla dei torturati, il pianto dei prigionieri stesi e legati ai piedi ad un palo orizzontale come fossero i tasti di un macabro pianoforte. Quei volti che a centinaia mi guardano dalle foto esposte sembrano volermi dire qualcosa. A stento trattengo le lacrime, sento la sofferenza che è stata qui in questo posto. Osservo le pile di vestiti e di cappelli VOGLIO PIANGERE. Dov’è la dignità umana in questi momenti della storia?!
Come è possible che negli anni ’70 inoltrati potessero essere concessi tanti scempi verso l’uomo, verso i propri fratelli? Mi sconvolge la follia umana, la paura di come molti si lascino guidare dalla pazzia di uno o più uomini, e rifletto su quanto oggi, più che mai, il terreno sia fertile per seminare idee perverse nella mente di tutti noi. Ho paura dell’Umanità, ma di fronte a queste testimonianze mi trovo ad amarla ancora più intensamente. Vorrei fosse un amore più contagioso della follia fratricida.
Soffoco in me le lacrime e la mia riflessione, ultima, cercando di distrarmi con domande quasi stupide poste alla mia guida Silvia che forse ha capito e quindi mi risponde teneramente.
E’ ora però. Corriamo alla Guesthouse a prendere i nostri pesanti valigioni e un taxi che ci porta all’aeroporto di Phnom Penh… Nel tragitto soffoco per l’ennesima volta le lacrime che mi riempiono gli occhi guardando i volti e i luoghi dal finestrino del piccolo caravan che ci porta verso Phnom Penh Airport. Poi arriva un video kitch di Britney Spears (c’è la tv nel taxii) a rallegrare me e Silvia con uno sguardo complice l’una inghiotte le tacite lacrime dell’altra e ci facciamo forza.
Phnom Penh – Bangkok,
Bangkok – Abu Dhabi, Abu Dhabi – Milano e Milano – Forlì…
Un viaggio lungo 36 ore, duro e stancante ma che ci ha fatte diventare ancora più complici:
Scrivo da un Eurostar in marcia verso Forlì, con una calligrafia geroglifica e tutta storta…
Scrivo felice, con un tesoro nel cuore che un posto lontano ha saluto regalarmi…
Au Kuhn Kampuchea! e Au Kuhn Silvia… “